Pensioni, senza riforme il 31 dicembre si andrà a riposo sei anni dopo. Ma ora si parla di Quota 97

Prende piede l’ipotesi di Quota 97, che prevede l’uscita anticipata a 62 anni di età con 35 anni di contributi, ma con penalizzazioni pesanti sull’assegno.

Quota 100 è ormai agli sgoccioli. La misura sta per terminare e ad oggi manca ancora una linea decisa e chiara su quale sarà il futuro dei lavoratori che decidono di lasciare il lavoro.
Un’ipotesi che sta prendendo piede in queste ora è una Quota 97 per le pensioni, una nuova proposta di riforma presentata alla Camera da Forza Italia. La misura è a firma della ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini e prevede l’uscita anticipata a 62 anni di età con 35 anni di contributi, ma con penalizzazioni pesanti sull’assegno. Dai 62 ai 66 anni si può andare in pensione a patto che si abbiano almeno 35 anni di contributi, ma a ogni anno di anticipo corrisponde una penalizzazione sull’assegno che va dal 2 per cento al 10 per cento, a seconda di quanti siano gli anni di anticipo. Le penalizzazioni sono del 10% per l’uscita a 62 anni; dell’8% per la pensione a 63 anni; del 6% per l’uscita a 64 anni; del 4% per chi esce a 65 anni; del 2% per la pensione a 66 anni.

Leggi anche: Conto corrente cointestato, come può intervenire il Fisco

Un’altra proposta viene da Tito Boeri e Roberto Perotti.Si può andare in pensione quando si vuole, a partire da 63 anni, ma accettando una riduzione attuariale, che oggi si applica alla sola quota contributiva, sull’intero importo della pensione, cosi come proposto dall’Inps 6 anni fa. Significherebbe una riduzione media di un punto e mezzo per ogni anno di anticipo rispetto alla pensione offerta da quota 100; in futuro ancora meno dato che le generazioni che andranno in pensione nei prossimi anni avranno una quota contributiva più alta su cui la riduzione è già comunque applicata in caso di pensione anticipata“, hanno spiegato i due economisti.

Leggi anche: Bollette, impennata di 350 euro. Perché ci troviamo a questo punto

Un’altra ipotesi è quella dell’Ape sociale ma Giulio Sapelli, intervistato dal Giornale, non la ritiene valida. “Si tratta di un’altra pezza. Noi dobbiamo fare una riforma complessiva del sistema. La storia ci ha insegnato che i provvedimenti fatti all’ultimo momento sono dannosi. L’istituto Mondiale di Medicina del Lavoro ha fatto una lista di quelli che sono i cosiddetti lavori usuranti. Ormai c’è una pubblicistica mondiale, non dobbiamo inventarci niente. Bisognerebbe che il governo consultasse la lista senza metterci del suo”, ha riferito. Cosa accadrà dunque? Non ci resta che attendere.