Crisi alle porte, ma il 30 % dei giovani rifiutano il lavoro, dicono gli imprenditori

Secondo alcuni imprenditori, il 30% dei giovani italiani rifiutano alcuni tipi di lavoro, nonostante ci sia una crisi economica in atto. Ecco perché.

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Intervistato da Road Job, associazione no profit che si occupa di promuovere l’innovazione e il cambiamento, Mario Gibertoni ha voluto mostrare il quadro lavorativo in cui si stanno muovendo milioni di giovani italiani, i quali si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro e anche ad alcune importanti rinunce.

Secondo Gibertoni, presidente e fondatore di Studio Base, il 30% dei giovani italiani rifiutano il lavoro quando questo potrebbe significare importanti rinunce, soprattutto dal punto di vista della propria residenza. Ecco, quindi, qual è la situazione nel nostro Paese.

Gibertoni: “il 30% dei giovani rinuncia ad ottime offerte di lavoro”

Il mondo del lavoro è caratterizzato da difficoltà, ostacoli e, spesso, importanti rinunce che possono portare il lavoratore a giungere a compromessi non sempre facili da accettare. È il caso di molti ragazzi e ragazze che approcciano per la prima volta il mondo lavorativo e, spesso, devono fare delle scelte anche molto dolorose.

Secondo Mario Gibertoni “Il 30% dei giovani rinuncia a ottime offerte di lavoro se il prezzo da accettare è una mobilità extra provinciale, o addirittura nazionale”. Molti dei giovani, infatti (e ciò non vuol dire che sia necessariamente una cosa negativa) sono particolarmente legati al luogo in cui hanno vissuto la maggior parte della propria vita.

Un fenomeno che, secondo le ricerche di Gibertoni, è più accentuato al Sud Italia, dove è molto marcato il legame con la famiglia e in cui vi sono certamente costi più contenuti. Sono soprattutto quei giovani che non hanno avuto alcuna esperienza all’estero, o a non aver frequentato alcun corso di lingue straniere, a preferire il senso di community sviluppato nel luogo di nascita o comunque di residenza.

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Questo porta ad un timore, da parte di questi giovani, nel doversi confrontare con posti di lavoro e ambienti particolarmente competitivi. Una sorta di drastica uscita dalla propria “comfort zone” che mina le possibilità di crescita lavorativa (anche importante) che sarebbe invece impossibile nei luoghi dove si hanno famiglia, parenti e amici.

Secondo Gibertoni “Nessuna scuola aiuta i giovani a capire cosa vuol dire vivere in un contesto competitivo”. Ed è qui, forse, che bisognerebbe continuare ad investire risorse e mezzi per permettere ai giovani di aumentare le proprie ambizioni e fissare obiettivi importanti.