Bonus 200 euro sacrificato per alzare le buste paga. Cosa vuole fare il Governo

Il sistema dei bonus diretti sembra star per finire. Con le sue ultime mosse, il Governo Draghi mette le basi per la futura battaglia contro l’inflazione. I nuovi aiuti dello Stato potranno protare nelle nostre tasche fino a 180 euro al mese.

Il decreto aiuti bis sarà probabilmente l’ultimo, grande canto del cigno del Governo Draghi. Il decreto prevede una serie di aiuti statali atti a combattere l’impennata dell’inflazione, permettendo ai cittadini di rimanere economicamente a galla nonostante la crisi. La manovra fondamentale che troviamo all’interno del decreto è il taglio al cuneo fiscale.

Per cuneo fiscale si intende la differenza tra importo lordo e importo netto dello stipendio di un lavoratore. In pratica si tratta di tutto l’agglomerato di tasse da pagare che fanno in modo che una parte dei nostri soldi vadano nelle tasche dello Stato. Tramite il decreto aiuti bis si vuole tagliare una parte di queste tasse, in particolare i contributi previdenziali. In questo modo il guadagno netto dei lavoratori ad ogni busta paga risulterebbe maggiore.

Il taglio influenzerebbe le buste paga dei lavoratori con un reddito non superiore a 35.000 euro all’anno, lo stesso limite di reddito richiesto per il bonus una tantuma da 200 euro. Il taglio del cuneo fiscale è inteso proprio come una sostituzione del bonus voluto da Draghi, o per meglio dire, un modo per rendere quel bonus inutile. Benché la situazione sia ancora in divenire e il Governo e i sindacati debbano ancora discutere, la probabilità più alta è quella di un taglio dei contributi per una percentuale inclusa tra lo 0,8% e l’1%. Questo andrebbe ad aggiungersi all’ultieriore sconto sui contributi previdenziali previsto per settembre, pari allo 0,8%.

Attualmente i contributi dei lavoratori sono detratti automaticamente dalla busta paga del lavoratore e pagati all’INPS per una parte dal datore di lavoro e per una parte dal lavoratore stesso. Insieme, questo da un totale di circa il 33% dello stipendio mensile totale, con la quota del lavoratore che è pari al 8,8% nel settore pubblico e al 9,19% nel privato. Facendo un esempio pratico, un lavoratore con uno stipendio lordo di 2.000 euro al mese, calcolando un taglio del 1,8% sui contributi, vedrebbe il priorio stipendio netto aumentare di circa 36 euro. Ovviamente, essendo un taglio in percentuale sullo stipendio, chi ha uno stipendio più basso vedrà un aumento minore rispetto a chi ne ha uno più alto.