Riforma del Catasto, chi rischia davvero

Con la riforma del Catasto voluta dall’Europa nel PNRR ci saranno delle conseguenze importanti. Se la riforma verrà approvata, dal 2026 ci sarà un innalzamento degli importi delle tasse per la casa.

La riforma del catasto richiesta dal Governo Draghi vuole da una parte individuare e censire tutti gli immobili “fantasma” (stimati per più di 1,2 milioni) sul territorio italiano, dall’altra ottenere rendite catastali più vicine ai valori di mercato. La parte più controversa del decreto di legge approvato è il secondo punto: l’avvicinamento delle rendite catastali ai valori di mercato. Questo comprende la decisione di modificare il metodo di calcolo degli spazi negli immobili, passando dai vani ai metri quadri, cosa che comporterà un aumento generale delle tasse legate al valore catastale degli immobili, prime tra tutte Tari e Imu.

Il passaggio dei vani ai metri quadri per la misurazione degli immobili potrebbe portare a un incremento significativo della Tari, dato che viene calcolata sull’80% della superficie catastale lorda. Ancora pochi comuni hanno fatto una revisione di queste superfici imponibili, basando il totale della Tari sulle autodichiarazioni dei rispettivi proprietari, che senza un correttivo verrebbero tutte rimesse in discussione. Prima di procedere in questa definizione, quindi, sarebbe meglio cercare di attuare dei correttivi in grado di abbassare le aliquote e smorzare gli effetti negativi del passaggio senza danneggiare le categorie più deboli. Nonostante le conseguenze e la grande paura, tuttavia, il governo Draghi non ha intenzione di cambiare strada: lo stesso premier cita la riforma del catasto come cardine dell’attuazione del Recovery Plan.

La riforma sta subendo quindi anche delle forti spinte da parte dell’UE. Nel pratico, tuttavia, in cosa consiste questa riforma? La riforma del catasto verte principalmente su tre punti:

  • La rivalutazione dei valori catastali, con il passaggio dalle rendite ai valori medi di mercato: questi vengono calcolati applicando un algoritmo ai valori calcolati ogni 6 mesi dall’Omi (l’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate);
  • Calcolo del valore dell’immobile coi metri quadri e non col numero dei vani;
  • Semplificazione delle categorie catastali: non più signorili, civili, economiche e popolari (rispettivamente A1, A2, A3, A4), ma solo immobili ordinari (O) e speciali (S).

L’Imu e l’Isee sono calcolati, tra le altre cose, anche sul valore catastale rispettivamente della seconda e della prima casa. Con il cambiamento dei parametri di misurazione del valore catastale, anche queste due voci aumenterebbero esponenzialmente. Tutto questo però non avrebbe valore fino a che non verranno resi disponibili i nuovi valori catastali, cosa che non avverrà prima del 1 gennaio 2026.