Cassa integrazione, quando si trasforma in una beffa ( e l’Inps lo sa)

Un comunicato stampa dell’ Uilpa, fa notare alcuni paradossi della Cassa integrazione a danno dei lavoratori.

In termini di tassazione il ricorso alla Cassa Integrazione Covid ha avuto effetti diversi a seconda dei comparti in cui il lavoratore opera. In alcuni casi i lavoratori si sono trovati a pagare pesanti conguagli fiscali. Questo perché l’INPS applica le detrazioni ai percettori della CIG senza tener conto del servizio prestato per diversi mesi del 2020 nella propria azienda. Il l risultato è che il dipendente si è ritrova con due CUD. Naturalmente l’Inps sapeva che questa sarebbe stata la conseguenza“. Si legge così nel Comunicato Stampa pubblicato dall’Uilpa e ripreso anche dall’Ansa. Cerchiamo di fare chiarezza.

Leggi anche: Bonus zanzariera, ecco come ottenerlo per difendersi quest’estate

Come è scritto, l’ INPS applica le detrazioni ai percettori della Cassa integrazione, quindi senza tener conto del servizio prestato per diversi mesi del 2020 nella propria azienda. Il dipendente, di conseguenza, si è ritrovato con due CUD. La Certificazione Unica rilasciata dall’Istituto, viene inoltre gestita dalla stessa INPS, come se fosse l’unico rapporto in corso della lavoratrice o del lavoratore. L’Istituto di Previdenza sociale, di conseguenza, applica una tassazione del 23% sulle cifre erogate e utilizza interamente le detrazioni da lavoro dipendente spettante al Cassintegrato.

Leggi anche: Calcio, quanto costa vedere la Serie A 2021-2022? Abbonamenti e pacchetti

Il paradosso

Le detrazioni, spalmate su tutto l’anno e su tutto il reddito, provocano una tassazione quasi inesistente del reddito INPS “che, però, quando si unisce al reddito erogato dall’azienda al lavoratore, fa scattare l’aliquota massima dello scaglione IRPEF di competenza dando seguito ad un esborso esagerato a seguito del conguaglio fiscale“, si legge nel comunicato a firma di Sandro Colombi, Segretario generale UILPA e Maurizio Narcisi, Segretario UILPA Roma e Lazio datato 2 agosto 2021.

Si cita il caso di una lavoratrice che ha percepito dall’azienda una Certificazione Unica (CU) pari a 16.846,00 euro e dall’INPS una CIG per 120 giorni pari a 2.508,00 euro. A seguito del cumulo dei redditi la CIG si ritrova sottoposta a una tassazione del 27%. Di conseguenza, la dipendente si ritrova dover restituire all’erario 832,00 euro a giugno 2021 e 331,00 euro a novembre 2021, per un totale di 1.163,00 euro.

Leggi anche: Bonus Cicogna, fuori il bando del 2021: 500 euro per i bambini nati nel 2020

Una misura a danno dei lavoratori

Infine, il comunicato fa notare che l’INPS non avvisa i cassintegrati Covid dell’inoltro della CU, che viene inviata al cassetto fiscale dei percettori della CIG. “Qualora gli interessati non fossero sufficientemente avveduti o non avessero la possibilità di collegarsi al cassetto fiscale, ometterebbero di effettuare il conguaglio pensando di essere già in regola. Ma così verrebbero automaticamente accertatati dall’Agenzia dell’Entrate che conosce i redditi erogati al lavoratore dipendente, per via del modello 770 inviato dall’azienda di appartenenza e dallo stesso INPS“, conclude il comunicato. La Cassa integrazione, insomma, finisce per essere una misura a danno dei lavoratori.

Per evitare situazioni simili basterebbe “procedere a ritenute più consistenti sulla CIG, applicando l’aliquota media Irpef e tenendo presente la situazione complessiva del lavoratore”.